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Presunti assassini e criminali: ecco i nuovi eroi della tv e della stampa

23/11/2011 12:20:00


di Patrice Makabu

Firenze. Efferati omicidi che tingono di nero le pagine della cronaca, volti come tanti, vite come tante, uomini, donne, ragazzi come tanti. Terribili e astuti calcolatori come li descrivono i giornali ed i fatti, criminali che non vorremmo mai fossero i nostri fratelli o i nostri figli, che guardiamo scrutando, nei loro sguardi affilati, l'ombra pesante della colpevolezza. Nomi comuni: Erica, Omar, Amanda, Raffaele, Alberto, Danilo. Persone che avremmo potuto incrociare tutti i giorni, persone che avrebbero potuto far parte della nostra comitiva, esperti bugiardi, tremendi assassini.

Tremendi assassini, sanguinari e senza scrupoli vengono descritti dalla stampa, che giorno dopo giorno ci presenta di loro un'immagine sempre più degna di un film di Dario Argento, non di criminali incalliti ma di perfidi calcolatori che hanno spezzato vite a seguito di un macabro gioco, un gioco finito male, un gioco che li ha portati sulle prime pagine dei quotidiani.

Chi sono queste persone? Tutti ci siamo fatti questa domanda migliaia di volte. Chi sono i loro genitori, le loro famiglie? Come mai sono stati protagonisti di gesti orrendi, tanto orrendi da far rabbrividire chiunque? Ma soprattutto, come mai, come nel caso di Erica ed Omar, come attualmente Amanda e Raffaele e come sicuramente accadrà con Danilo Restivo, gli imputati ipnotizzano il pubblico nelle loro interviste rilasciate ai media e vengono ascoltati ed analizzati con tanta attenzione da creare addirittura "personaggi" da non imitare, come si spera. Perchè la televisione da spazio ad opinionisti, psicologi, criminologi, avvocati e numerose altre figure che occupano intere dirette per "tradurre" l'intento di una lettera da parte di Omar che desidera ardentemente vedere Erica?

Una voglia di morbosità, un impegno che nemmeno per decifrare i grandi classici italiani si è mai visto, un impegno finalizzato a riempire le trasmissioni televisive e le pagine dei giornali di una cronaca ripetitiva fino alla nausea che, forse, non interessa a nessuno. Creare un fatto di cronaca sul nulla, dare importanza a chi per la rabbia si è rovinato la vita, uccidendo per futili motivi e non meriterebbe, invece, di avere a disposizione il metaforico megafono, pronto a far arrivare la propria voce in ogni angolo della Terra. Amanda e Raffaele: due eroi, due ragazzi che non hanno mai convinto nessuno, una sentenza di assoluzione per "non aver commesso il fatto", la bocca aperta di tutti gli italiani convinti del contrario e i fischi dinnanzi al tribunale, durante il giorno in cui riconquistano la libertà.

Interviste, speciali, esclusive, libri, e ancora una volta lettere, espressioni del viso che tutti gli esperti che probabilmente non hanno altro da fare che svendere la propria professionalità per un gettone di presenza nella trasmissione di turno, si sperticano ad interpretare nemmeno fosse la seconda opera di Leonardo in replica alla Gioconda. Un esercito di "scienziati" al servizio di criminali (o presunti tali) che per le atrocità commesse, anziché essere banditi dai media, vengono esaltati e talvolta riabilitati con la stessa velocità e dedizione con cui sono stati scaraventati all'inferno, dalle stesse reti tv e dai giornali. Gli stessi che prima demonizzano e poi pagano fior di quattrini per strappare a morsi e forchettate un'esclusiva che lascerà tutti con l'amaro in bocca e che sarà seguita solo dalla fascia più ingenua di spettatori; quelli per cui la televisione rappresenta ancora la bocca della verità.

Danilo Restivo: un pluriomicida in libertà per diciassette anni, il vicino di casa ideale per fare una brutta fine, un romanzo senza fine. Oggi demonizzato da ogni canale di diffusione di notizie, domani chissà. Forse un altro libro in arrivo nella grande biblioteca dei condannati che lo renderà una superstar, l'ennesima superstar che vede il mondo a strisce dietro spesse ed inespugnabili sbarre d'acciaio verticali. Propinare forzatamente attraverso il mezzo televisivo, o addirittura attraverso trasmissioni che hanno per titolo la presunzione di aggiungere alla giustizia italiana un ulteriore grado di giudizio, casi di cui invece non si dovrebbe più parlare (perchè essendo in corso si rischierebbe di trasformarli in veri e propri processi mediatici), dando purtroppo parola e carta bianca sul da dirsi a chi invece dovrebbe tacere poiché capace solo di tramandare cattivi esempi.

Questa insistenza ai fini di audience e danaro non fa altro che trasmettere ai giovani il culto tutto sbagliato della strafottenza, tradotto in altre parole nel famoso detto che recita "bene o male basta che si parli di me". Non c'è più confine tra il parlare di argomenti che possono essere d'aiuto ad un miglioramento globale, ad una crescita, educando al rispetto ed alla riappropriazione delle buone vecchia abitudini ed il parlare per riempire spazi col sangue di chi ci ha rimesso la vita, almeno per una parvenza di rispetto nei confronti delle famiglie e delle vittime, sarebbe opportuno togliere per sempre i riflettori puntati sulle teste di chi non ha nulla da insegnare e di chi ha sbagliato, non c'è tutto questo bisogno di pentimenti pubblici pagati.

La fame di celebrità sta diventando in questi anni un business sul quale investire: dalla compagna di cella di Amanda anche lei "grande autrice" ad alcune ragazze di Arcore che si costituiscono parte civile per aver subito un danno e che fanno serate nei locali più in della penisola. Per raccontare dei presunti abusi subiti? Non credo proprio. Forse per scalare la vetta lasciata a metà. La celebrità è un qualcosa di sacro, che non si conquista ma che viene riconosciuta dagli altri per la genialità, l'intelligenza, l'inarrivabilità di talento o per la bravura legata magari all'eleganza.

La celebrità non si tinge del colore della morte e non veste il malcostume, non si concede a fatti di cronaca raccapriccianti o alle luci accecanti di salotti che rasentano l'accoglienza di un qualsivoglia mercato del pesce, non si scava con le unghie nè con i denti perchè è un qualcosa che non risiede al di sotto di chi è di fronte ad un innegabile talento, ma al di sopra. Alla celebrità vera, si arriva solo grazie all'essersi saputi distinguere per merito.


© Toscana News 24

venerdì 18 maggio 2012 - 0.51



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